Categorie
News

Content Design e Strategy – Relational Design incontra Internazionale

a cura di Giudita Melis

«Ciao a tutti! Primo giorno, primo brief. Se avete già iniziato a leggere le prime pagine avrete capito che questa settimana iniziamo carichi!»

Sono state queste le prime parole della nostra prof (non osate chiamarla così però, non lo apprezzerebbe!). E non scherzava.

Abbiamo iniziato davvero carichissimi: suddivisione in cinque gruppi, analisi di una testata a scelta tra BuzzFeed, The New York Times. The New Yorker, Tastemade, Refinery29, Vice.com, Vox.com, Mashable, Daily Mail, The Guardian, Washington Post, esposizione tramite slide o mappa testuale o infografica. Chiaro e liscio come l’olio.

Secondo brief«Ogni studente dovrà creare dei contenuti di racconto del proprio diario personale che siano il più specifici possibile per il singolo canale con la scelta del tipo di formato e metodo di creazione (tecnica) più innovative possibile all’interno del singolo canale».

La nostra reazione iniziale è stata di sbigottimento, ma pian piano abbiamo preso confidenza con i mezzi affidatici da Bianca, abbiamo capito cosa si aspettasse da noi – per quanto mi riguarda l’ho capito mentre creavo le storie – e, insomma, ci siamo sbizzarriti a inventare e realizzare contenuti e racconti davvero carini e interessanti.
Ma questo era solo l’inizio: avremmo concluso in bellezza a Roma, presso la sede di Internazionale.

Anche questa volta i dettagli del brief erano tanti, chiari e specifici: se scegliessimo di mettere in evidenza una caratteristica di questo modulo sarebbe senza dubbio l’attenzione verso i dettagli.

Obiettivo del workshop era creare un contenuto specifico per un prodotto editoriale per il magazine Internazionale. Dopo il primo incontro con la gentilissima Martina – editor che lavora con la rivista da ben ventun anni – ci siamo messi a lavoro in quella che sarebbe stata la nostra postazione e la nostra “casa” per i successivi tre giorni: il coworking di via Monte Testaccio.

Ci siamo lasciati guidare, affascinati dalla sapienza di Bianca che ha organizzato il lavoro alla perfezione senza mai perdere il controllo della situazione benché dovesse seguire tre gruppi di lavoro abbastanza diversi tra loro ed eterogenei (e anche un po’ confusi!).

workshop-content-design-blog-3

Dopo aver buttato giù circa un centinaio di idee tutti insieme, le abbiamo raggruppate, votate e abbiamo scelto per alzata di mano le tre più quotate. Abbiamo quindi creato i gruppi e poi via, dritti filati a produrre qualcosa di sensato e carino per cercare di cadere nelle grazie di Internazionale!

Le giornate di studio-lavoro sono state molto intense e la sede del coworking – che grazie al cielo si trovava accanto al mercato – ci ha visto immergerci completamente nella creazione di contenuti, per poi rivedere la luce solo venerdì alle 13:30 e dirigerci vittoriosi verso via Volturno 58  a presentare le nostre proposte.

workshop-content-design-blog-4

Immersi nell’uso di Snapchat e nei test relativi, nella creazione delle personas, nel benchmarking, nelle presentazioni, il tempo è volato via e sembrava non essere mai abbastanza. Ce l’abbiamo fatta, abbiamo ottenuto risultati – più o meno belli, più o meno interessanti, ma di certo prodotti consapevolmente; abbiamo imparato tanti e siamo sopravvissuti, con una gran voglia di continuare e scoprire la prossima sfida.

Grazie a Bianca, grazie al supporto psicologico di Aurora prima e di Lucia poi, e grazie a tutti i colleghi è stato tutto molto intenso e ricco.

Alla prossima!

workshop-content-design-blog-5

Categorie
News

L’importanza del basic design – Intervista a Giovanni Anceschi

Giovanni Anceschi

Chi sei, che cosa fai e dove hai studiato?
La mia carriera è molto colorata, confesso: ho cominciato come artista negli anni Sessanta dell’altro secolo e ho fondato il Gruppo T di arte cinetica e programmata.
Poi, non contento di questa cosa qua, mi sono domandato: qual è l’arte pubblica, l’arte veramente pubblica? È il design. E così sono andato a studiare nella scuola che allora era più attiva e più importante in questo campo, la Hochschule für Gestaltung di Ulm, e lì sono diventato visual designer. Poi sono andato nel terzo mondo e ho lavorato per la società nazionale del petrolio algerino, mi sono occupato di immagine coordinata, ho lavorato in mare in Africa per tre anni, finché sono rientrato in Italia e ho cominciato la mia carriera all’interno delle università, dove sono stato il primo professore di grafica – io ho 74 anni.
Una delle cose, però, che mi hanno sempre estremamente interessato è la pedagogia del design. E il nucleo assolutamente centrale e fondamentale della pedagogia del design è il basic design.

Cos’è il basic design?
È il cuore del cuore della nostra disciplina di designer, è proprio il centro centrale della disciplina. Se vi chiedono «che cosa fa un designer?» potete rispondere con sicurezza: «attribuisce una forma, una configurazione, agli oggetti del mondo che ci circonda».
La cosa per cui ci pagano è la qualità che noi attribuiamo a questa forma.
Un ingegnere, quando gli viene posto un problema – un’automobile ad esempio – pensa all’automobile come uno strumento per muoversi. Un designer ci mette dentro altro. E soprattutto – non sto parlando di uno stylist o di un formalista – deve fare molta attenzione alla qualità che assumono le forme degli oggetti. Guardiamo un po’ la qualità formale degli oggetti che abbiamo intorno: è molto molto bassa. Il nostro compito essenziale è quello di aumentare questa qualità.
Pensiamo a un sito: ci sono i siti belli e brutti; ci sono i siti che hanno una qualità interattiva e sofisticata, dove tu ci stai dentro bene: ecco, questa è la nostra competenza e il basic design insegna proprio a disegnare bene, a disegnare qualitativamente bene.

Perché studiare basic design?
In base alla mia esperienza, gli studenti che hanno fatto basic design diventano completamente diversi da quelli che non l’hanno fatto. Al Politecnico di Milano c’era questa situazione: c’erano delle sezioni in cui si studiava il basic design e poi c’erano dei corsi che non l’avevano, perché non c’era la possibilità di coprirle. Beh, c’era una bella differenza: i ragazzi che avevano fatto basic design, dopo aver frequentato il corso, avevano acquisito un qualcosa di assolutamente imbattibile che definirei come “sicurezza formale”.
Voglio raccontarvi un aneddoto – alla mia età gli aneddoti sono all’ordine del giorno. È un aneddoto che riguarda l’ingresso del basic design nelle università: ero professore ed ero membro del Dottorato di ricerca in Design; si presentò un dottorando che felicemente propose di fare il suo dottorato sul basic design. Allora accadde una cosa divertente: andai in riunione con tutti gli altri professoroni e presentai questa idea, spiegando che sarebbe stato parecchio interessante fare uno studio sul basic design. E fu a quel punto che guardai i miei colleghi e vidi che tutti avevano quella faccia che hanno solitamente i ragazzi quando vengono interrogati, quella faccia sfuggente con gli occhi che vanno un po’ di qua e un po’ di là… Rimasi scioccato, perché significava che non ne sapevano niente. Naturalmente dissero di sì, perché non sapendone niente non potevano certamente avere argomenti a sfavore. Finita la riunione uno di questi prof, molto simpatico, molto diretto, mi prese da parte e mi disse in milanese «ma cosa l’è sto basic design?». E così passai una buona ventina di minuti a raccontare, a parlare del fatto che il basic design comincia col Bauhaus, e che poi ci sono Klee e Kandinsky e poi Maldonado e così via. E alla fine di questo discorso, con gli occhi veramente brillanti, lui esclamò: «Ah! Ho capi’! L’è il mio stile!». Ecco, se veramente, veramente, dovessi dire cos’è l’esatto contrario del basic design la risposta sarebbe lo stile personale. Questo per raccontarvi com’è la situazione degli studi e della conoscenza di questa componente assolutamente essenziale del design che è il basic design.

Quali sono le tre invenzioni che secondo te hanno cambiato il mondo?
Sicuramente non sono tre, sono molte di più. Una cosa che non si dice spessissimo in questi casi, un’invenzione esemplare, è l’invenzione del sistema a caratteri mobili di Gutenberg. Se vogliamo, l’invenzione della scrittura stessa. E poi adesso tutte ‘ste robe elettroniche.

Tre cose che salveresti del mondo vecchio e tre cose che ti piacciono del mondo nuovo?
Devo confessare – forse sarà nella mia prospettiva un po’ da vecchietto – che io non vedo questa totale svolta tra i due mondi. Tutte quelle cose che sembrano delle terribili fratture in realtà non sono servite ad altro che a far proseguire, in realtà sono state solo delle grandi metamorfosi. Le cose adesso si sono trasformate e l’unica cosa che noi dobbiamo cercare di fare è aderire a queste metamorfosi.

I tre libri assolutamente da non perdere?
Non bisogna leggere solo tre libri, bisogna leggerne cento, duecento… Quasi non siamo – mi ci metto nel mezzo anche io – più capaci di leggere i libri.

Che cos’è, per te, Relational Design?
Relational Design, adesso, comincia ad avere un significato ormai stabilito: a me piace molto metterlo in collegamento con un certo tipo di cultura e di conoscenze che io ho da tanti anni. In particolare, io sono stato allievo di un filosofo importantissimo italiano, che adesso non viene più tanto considerato, che si chiama Enzo Paci. Enzo Paci era un filosofo relazionista e ha scritto un libro intitolato “Tempo e relazione” (il tempo è un altro tema centrale per me, per i miei interessi): trasferire il discorso delle relazioni nel mondo del progetto, del design, consiste nel progettare le relazioni fra le persone, cioè, gli oggetti, gli artefatti, i comunicati, tutto quello che viene progettato viene progettato in quanto è materializzazione delle relazioni.

Vogliamo conoscerti meglio: vuoi aggiungere altro?
Sono affetto attualmente da una cosa un po’ sgradevole che è l’insonnia e la mia dottoressa mi ha proposto di fare un corso di canto terapeutico… e allora io adesso, tutte le settimane, vado a cantare.

Categorie
News

Milanogram – Diario di viaggio

a cura di Sara Filippelli

Ciao a tutti! Da zero a cinque quanto vi piace camminare?

Per noi di Relational Design è iniziata così l’avventura di #Milanogram, un modulo itinerante che ci ha portato a dare forma e significato allo spazio urbano di Milano. Come? Partendo da una serie di riferimenti concettuali e una serie di esercitazioni pratiche per poi arrivare al workshop, una vera e propria circumnavigazione durata tre giorni e due notti lungo un percorso ben definito dentro e fuori la città.

Durante il viaggio ogni studente ha tenuto il suo diario – sviluppato attraverso una serie di frammenti video – e costruito un atlante online aperto, condiviso, visivo, in grado di raccontare situazioni che molto spesso sfuggono a qualsiasi costruzione di senso. Dove invece il senso noi lo abbiamo trovato: camminando dal 22 al 24 Aprile 2016 per 40 km a piedi; 36 ore no-stop, 9 video prodotti, zaini, mantelline, scarponcini, equipaggiamenti vari, molte occhiaie ma tanto cuore.

Milanogram è stato un viaggio in primis interiore – grazie a letture come “Walkscapes” di Francesco Careri, “La passeggiata” di Robert Walser, il film “Uccellacci e Uccellini” di Pier Paolo Pasolini, “Lisbon Story” di Wim Wenders, il sito-archivio di Joshua Edwards “Architecture for travellers” e molto altro ancora – e in secondo luogo di relazione: con il nostro gruppo di viaggiatori, con le persone che abbiamo incontrato durante il viaggio e nelle situazioni conviviali, con le persone che ci hanno seguito dal remoto mondo del 2.0.

Personalmente parlando, è stata unʼesperienza forte che mi ha insegnato nuovamente a osservare lo spazio perdendomi. Come afferma Walter Benjamin «Not to find oneʼs way in a city means little, but to lose oneself in a city as one loses oneself in a forest requires practise… Then the street names must call out the wanderer like the snapping of dry twigs, and the small streets of the city-centre must reflect the time of day as clearly as the mountain hollow».

A ben pensare, i tre giorni di deriva situazionista nellʼepoca dei social mi sono sembrati un mese intero per la densità di esperienze e di incontri fatti durante #Milanogram: partire dallʼExpoGate in Largo Cairoli con tende, sacchi a pelo e zaini in spalla; camminare guardando la città in ogni suo minimo e sfuggevole particolare; passare dal quartiere cinese e meravigliarsi di quanto sia così diverso ed escluso rispetto al resto della città; sdraiarsi a fare video in mezzo alle piazze per seguire lʼonda dellʼimmaginazione; arrampicarsi in posti improbabili per cogliere un segno del paesaggio urbano; confrontarsi, chiacchierare e ridere con i componenti del gruppo; darsi una mano nei momenti di difficoltà; creare relazioni dentro e fuori, fuori e dentro; trovarsi ospiti in una meravigliosa cascina recuperata – CasciNet – e cenare coi deliziosi prodotti del territorio; accendere un fuoco e scaldare ancora le relazioni; dormire in tenda e ridere, ridere, ridere con i compagni di viaggio; svegliarsi la mattina presto; conoscere gente nuova e sentire le loro storie in mezzo a tante altre storie; provare tristezza perché non si vuole lasciare un posto dove vorremmo restare ancora un po’; sentire dolore ai piedi; medicarsi i calli; attraversare le stazioni senza dover partire da-a nessun posto; perdersi per soffermarsi sui cocci di una strada-discarica a cielo aperto; sbandierare figurini di ogni tipo per creare collage immaginari; registrare i suoni del mondo; trovarsi allʼimprovviso nella meravigliosa pace di un’abbazia e capire che alle volte il tempo si ferma anche a Milano; camminare tra la campagne ed incontrare improbabili processioni religiose sullo sfondo di palazzi in costruzione; prendersi un tempo lento per immagazzinare ogni cosa che proviene dai nostri cinque sensi, dal nostro contatto con il mondo esterno; innamorarsi del Bosco Urbano e ringraziare la natura; avvicinarsi alla città e godere dellʼarchitettura; perdersi nei profumi di una primavera in esplosione; trovare poesie di amore abbandonate in un prato; dormire al Camping Milano e scoprire che hanno una piccola fattoria con pavoni, ciuchi e capre; mangiare una pizza fredda ed essere soccorsi dal professore del primo modulo, Gianni Romano, che ci  porta i pasticcini; avere i piedi sempre più doloranti e le gambe stanche; ripartire la mattina seguente con un nuovo compagno di viaggio: un inglese in Italia per qualche giorno che decide di seguirci negli ultimi km della nostra derivazione; rientrare sempre più lentamente nella città ma sentirla in maniera diversa; farsi permeare dalla confusione, dal traffico, dagli italiani e dagli stranieri; perdersi nei muri tenuti vivi dalla street art; perdere quasi un polmone scalando il Monte Stella ma sentirsi così tanto bene in alto; relazionarsi in sempre più relazioni relazionali; capire che anche i sassi hanno la loro importanza e che niente viene costruito per caso; sentirsi stanchi ma sempre pronti ad esplorare, camminare, scoprire, spulciare, disconnettersi e riconnettersi; mettersi intorno a un tavolo per parlare delle nostre impressioni e non sapere cosa dire per la troppa pienezza di emozioni; sentirsi diversi, in qualche modo maturati nellʼaver raccontato una città facendoci rapire dalle sue dinamiche e immaginandola.

Innamorarsi di Milano come si fa di un amico che conosci da sempre ma che non hai mai voluto vedere.

Master-Relational-Design-Blog-Milanogram

Categorie
News

Pratiche Relazionali nell’Arte – Un pomeriggio all’atelier Mendini

di Salvino Daniele Cardinale

Alessandro Mendini: rinnovatore del design italiano, intellettuale, autore di scritti. Ha lavorato per aziende del calibro di Alessi, Cartier, Swatch, Swarovski. Al suo nome è subito accostato quello della poltrona Proust (esposta in diverse collezioni permanenti). Per la sua attività di designer ha ricevuto numerosi premi, tra i quali – per due volte – l’importante compasso d’oro. Se si deve descrivere lo sviluppo del design italiano del ‘900 non si può non citarlo. Punti forza della persona (e dell’architetto) sono la disponibilità a mettersi in gioco, una personalità giocosa e un impegno organizzativo e divulgativo. Il mondo di Mendini è pieno di colori, di schizzi, di scritti, di personaggi.

Schizzo della poltrona Proust.
Schizzo della poltrona Proust

Nel parlare di icone del design contemporaneo, dinanzi a Mendini e ai suoi progetti ci si confronta con un mondo pieno di sorprese e giochi. L’opera di Mendini si misura con la totalità del processo creativo: dal particolare al generale, dall’oggetto di design al grande edificio, dal cucchiaio alla città; questi sono i suoi confini. Nel 2000 ha fondato insieme al fratello Francesco l’Atelier Mendini: è qui che ci ha accolti  scorso 16 febbraio, in occasione del workshop milanese di Pratiche Relazioni nell’Arte, uno dei moduli del Master Relational Design. Dopo l’accoglienza di rito, Mendini ci porta in giro per l’atelier e, ogni qualvolta il suo sguardo incontra un’opera, un oggetto, uno schizzo, egli si sofferma a spiegarci di cosa si tratti, com’è stato pensato e se è esposto da qualche parte. Oltre a far da cicerone all’interno del suo atelier-museo, il designer ci regala anche pillole di saggezza concernenti il suo lavoro e ci spiega l’importanza di avere persone provenienti da varie parti del mondo all’interno di uno studio: «…E, se il committente non sa parlare inglese, vai a spiegargli in coreano quello che voglio fare». Dopo di ciò passiamo a un altro argomento importante: il suo libro Scritti di domenica, fresco di pubblicazione per Postmediabooks. Lo presenta subito come un libro nato dal suo bisogno di trasmettere delle sensazioni, tramite una serie di scritti.

D: Perché il libro si intitola “Scritti di domenica”? R: Perché devo scrivere quando sono da solo, non sono capace di mettermi lì seduto in atelier e scrivere mentre si sta lavorando anche ad altro,  devo scrivere in una situazione decentrata, per esempio dopo lo yoga. Devo passare a una dimensione più rallentata del cervello. Quindi scrivo di domenica, disegno anche di domenica (disegni che sono separati dagli scritti, alcuni dei quali sono presenti nel libro, N.d.A.). Alcuni dei disegni a cui sto lavorando in questo periodo (che lui chiama “mostre”, N.d.A.) sono disegni da tre ore.

La copertina del libro
La copertina del libro

D: Questi disegni c’entrano con quello che sta facendo per ora? R: No. Io faccio schizzi e da quelli, trasformandoli in cose, poi si arriva ad alcuni lavori. Però sì, tutti i miei lavori partono dagli schizzi e dagli scritti.

D: Lei si occupa anche di altri autori, li descrive, e descrivendoli fa sempre emergere un valore. Qual è il suo rapporto con la nuova generazione di designer e architetti? R: Vengono spesso a trovarmi vari personaggi della scena contemporanea e io prendo questa cosa molto seriamente. Se uno viene da me non è che gli dico buongiorno e basta. Allora si stabiliscono dei contatti – che sono utilissimi, tra l’altro. Queste persone sono di tutti i tipi: dai megalomani, come Karim Rashid, a persone molto introverse, con le quali la conversazione si trasforma in una specie di psicoanalisi. Spesso mi viene richiesto un parere scritto, per una mostra o una rivista. Quando scrivi per una persona, automaticamente stabilisci un feeling, una specie d’innamoramento che ti porta a pensare in quel momento che quello che stai facendo è importantissimo. Scrivere diventa allora una forma di dedizione.

D: Secondo lei a cosa serve l’arte? R: L’arte sul piano pratico non serve a niente e al contempo, secondo me, è una delle cose più importanti, perché il fatto di creare espressione senza nessun collegamento all’utilità le dà una chance di prospettive antropologiche, spirituali, legate al futuro, che nessun’altra attività – anche para-artistica, come l’architettura o il design – riesce ad avere. L’arte è il punto più avanzato del pensiero, cosi come la filosofia.

D: Quindi questo libro di cosa tratta? R: Io ho fatto due libri di scritti, questo qui, raccoglie gli ultimi dieci anni di scritti e li raccoglie in fila, in ordine cronologico, però organizzati anche un po’ per settori: c’è il lavoro fatto per le riviste, il lavoro fatto per le persone, poi il lavoro fatto a commento di progetti di architettura, di design; poi ancora altri scritti teorici, sull’architettura, sull’arte, sul design e anche dei pensieri più generali.

D: Il suo libro quindi ha anche un carattere di manifesto? R: No, c’è qualche piccolo scritto che ha la formula del manifesto, ma il libro non ha la struttura del manifesto, il libro è un “patchwork”. Finite le domande, sul libro e su altri argomenti, ci accompagna verso l’uscita. Lungo il percorso,  passando accanto ad una poltrona Proust modello Magis, interamente in plastica (“la versione da giardino”, come l’ha definita lui), ci concede una foto: questa volta non è lui a sedere sull’iconica Proust ma noi, mentre lui ci sta accanto.

Io e Alessandro Mendini
Io insieme ad Alessandro Mendini

 

Categorie
News

Rossana Ciocca – L’arte contemporanea e le sue forme di sperimentazione in rapporto alla città

di Laura Corradi

Cammino per le vie adiacenti a Porta Venezia in direzione di via Lecco 15, dove ha sede la Galleria Ciocca e dove inoltre abita Rossana. Lungo la strada mi ripeto in testa le domande che vorrei farle, le curiosità che mi ha suscitato quando ero andata a visitare la sua galleria. Mi tornano in mente alcune parole che si ripetono. Non vorrei essere monotona. Ma forse è proprio tra quelle parole che si concentra il mio interesse. Parole che hanno a che fare con lo spazio urbano, l’arte che dalla galleria esce in strada e dallo spazio pubblico entra in uno spazio privato. Ecco. Sono arrivata. Sono in anticipo di cinque minuti. Resto qui un po’ tribolante per alcuni secondi, sulla soglia. Ecco una di quelle parole che si ripetevano. Soglia. Poi entro.

L: Rossana, mi racconti qual è la tua visione di galleria d’arte contemporanea oggi?
R: Credo che a differenza degli anni in cui ho cominciato a lavorare, oggi una galleria si debba occupare più di prodotto culturale che di mercato dell’arte. Se vuoi lo specifico meglio: il mercato dell’arte è quello che si occupa della transizione del singolo pezzo, il prodotto culturale include più aspetti che sono legati proprio alla diffusione di quella che è l’immagine della cultura in generale. Il mercato è una parte importante del sistema dell’arte perché permette a tutti quanti di mantenersi ma in questo momento non si deve solo vendere il prodotto perché esso il più delle volte è elitario, quindi dall’altra parte è necessario cercare in qualche modo di diffondere e vendere quello che è il concetto dell’artista.

Rossana Ciocca nell'opera di Kensuke Koike
Rossana Ciocca nell’opera di Kensuke Koike

L: Mi puoi parlare più nello specifico della tua ricerca culturale come gallerista?
R: Nel 2008 collaborai con un artista tedesco, Wolfgang Wilder, nel progetto Le Terme, che abbiamo realizzato in piazza Oberdan. Credo che quell’esperienza sia stata fondamentale per me e per la mia ricerca: in quel momento ho percepito e compreso le vere potenzialità di impatto sociale che un’opera d’arte può avere relazionandosi con lo spazio pubblico. Da qui nasce questa mia dualità di ricerca: da una parte il lavoro più legato tipicamente allo spazio galleria, quindi diciamo quello più classico; dall’altra lo sviluppo di pratiche performative che si relazionino con lo spazio pubblico, con la città, con il territorio che ci circonda. Centrale per me è quella che possiamo chiamare la politica della soglia. Quella attitudine che ha a che fare con la natura territoriale. L: Ecco, possiamo parlare un’attimo di quello che intendi per “politica della soglia”? R: La soglia è un luogo tra il dentro e il fuori, quindi non è fuori ma non è neanche dentro. È un pezzo in transizione.

L: Questa sensazione di transizione è molto presente già all’interno della tua galleria: uno spazio abitativo ed espositivo, un spazio privato e pubblico allo stesso tempo. Lo trovo molto interessante. Ma parliamo di qualche tuo progetto che ha invaso lo spazio urbano. Raccontami di Cenaconme!.
R: Cenaconme! è un progetto no-profit che nasce da una mia idea e dalla collaborazione con Alessandra Cortellazzi. Il progetto vuole sovvertire il modo tradizionale che abbiamo di vivere lo spazio pubblico, reinventandolo in maniera collettiva. Diciamo che attraverso una cena si va a modificare un luogo della città che non viene vissuto, uno di quei tanti spazi che si attraversano di fretta durante le nostre giornate. Attraverso una cena collettiva si restituisce senso a questo spazio, sia perché momentaneamente viene vissuto realmente, ma anche perché ogni cena affronta e sviluppa un tema specifico. Importante all’interno di Cenaconme! è il valore della scelta di condivisione che chi partecipa fa. Nel senso che questa scelta richiede un’impegno personale, individuale, poiché tutto deve essere portato da casa (sedie, tavoli, cibo), ma il tutto viene facilitato dal gruppo. La condivisione è uno dei punti di forza di Cenaconme!

Cena in bianco, Milano
Cena in bianco, Milano

L: Non può che venirmi in mente il lavoro di Ugo La Pietra sentendo le tue parole riguardo Cenaconme!
R: Beh, senza dubbio. Non ha caso il primo degli appuntamenti di Cenaconme! era proprio dedicato a Ugo La Pietra. La sua affermazione “Abitare è sentirsi ovunque a casa propria” è il filo conduttore di molti di quesi progetti. Per esempio anche ArtCityLab che si occuperà solo di pratiche performative relazionali all’interno dello spazio pubblico. L’obiettivo è quello di far interagire all’interno del progetto diverse soggettività: il cittadino, l’istituzione e le associazioni, per esempio. Insieme dovrebbero far emergere un confronto, un dibattito sul territorio. Vengono attivate pratiche performative e relazionali che potranno essere ripetute in altri luoghi e città. L’idea è quella di produrre dei formati estetici che coinvolgano un pubblico vero. Al mondo dell’arte non piace tanto “format” ma non è grave. Includere e far partecipare il cittadino al processo creativo è alla base di questo progetto.

Ugo La Pietra
Ugo La Pietra

L: Questi di cui abbiamo parlato sono progetti che vivono al di fuori della soglia della tua galleria. Volevo che mi dicessi qualcosa invece su una mostra che mi ha incuriosito molto. Raccontami di Senza Titolo di Fabrizio Bellomo.
R: Il progetto espositivo comprende due lavori temporalmente e geograficamente distanti, ma uniti dalla costante ricerca e ossessione dell’artista nell’osservare il rapporto tra l’individuo e i propri strumenti. Voglio però parlarti di come era stata concepita questa mostra, cioè di come la volevamo realizzare. Ecco, l’idea era quella di creare una doppia mostra. Una parte dentro, in galleria, e una parte fuori, all’interno del contesto urbano. Purtroppo abbiamo dovuto rinunciare alla parte esterna per complicazioni di natura tecnica. Ti spiego. Volevamo occupare uno spazio architettonico della città con dei grandi manifesti dell’opera Pregiudicato rumeno/tunisino di Bellomo. Avevamo individuato un posto, un cavalcavia. La location era perfetta poiché portava con sé questa dinamica in cui c’era comunque un ponte che univa due zone, rimandando così anche alla migrazione in maniera molto forte. Peccato che il cavalcavia in questione fosse sottoposto a sequestro giudiziario e avremmo dovuto quindi farlo illegalmente. Quell’azione nello spazio pubblico sarebbe stata una soluzione ideale, poiché avrebbe dato una continuità molto forte al lavoro.

Fabrizio Bellomo, Pregiudicato rumeno tunisino (2012)
Fabrizio Bellomo, Pregiudicato rumeno tunisino (2012)

Esco dalla galleria. Riavviandomi verso la stazione della metropolitana la mia mente non riesce a non immaginare in maniera molto diversa gli angoli delle stesse strade che avevo percorso poco prima. Vedo azioni artistiche che invadono lo spazio intorno a me, evidenziando nuovi modi di abitare la città. Vedo persone che mangiano collettivamente all’interno dello spazio urbano. La mia mente va ai tremila. Scendo in metropolitana con la convinzione di “voler vivere in una città fantasma e ritrasformarla. Con vista mare però eh”. Come nelle visioni di Rossana.

Categorie
News

Relational Design Terza edizione: il racconto dei direttori dalle origini a oggi

È arrivato il 1° febbraio 2016 ed è partita la terza edizione di Relational Design.
È un momento per noi importante, di un percorso iniziato diversi anni fa.

Ringraziare tutte le persone che, a diverso titolo, hanno intersecato questo lungo viaggio sarebbe discretamente difficile perché sono molte, disseminate su un arco di tempo ormai molto lungo.

Stefano:
Era il 2011 quando venne lanciato il primo workshop / esperimento: un mix tra insegnamento on-line e off-line. Un workshop che era anche una serie di gruppi su Facebook e una grande festa durante il Salone del Mobile di Milano. Si chiamava “Design Royale” e il risultato ci convinse che la direzione era quella giusta. Se riguardiamo i “Royal Leaks” oggi, possiamo dire che era un percorso che iniziava più che bene…

Lucia:
Nello stesso periodo noi a Catania iniziavamo a lavorare al nostro neonato Dipartimento di Design di Abadir, che si preparava a trasformarsi da Accademia di Restauro a Scuola di Design.
Era un passaggio importante, difficile ma appropriato e necessario. Ed oggi possiamo dire che iniziare questo nuovo percorso aveva un senso. E poi nel 2012 conosciamo Stefano e IdLab e, sulla scia degli esperimenti precedenti fatti da Stefano, Abadir e IdLab avviano nuove avventure sul blended learning.

Stefano:
Nel 2012 lanciamo “Whoami”, ovvero un design game grazie al quale i partecipanti imparano e condividono una grande quantità di sapere. Nello stesso anno inizia il progetto “Ceramic Futures” (sviluppato per Confindustria Ceramiche). Con ogni nuova esperienza e progetto si aggiungevano nuovi tasselli e nuove parti a un processo che diventava via via più completo e interessante.

Nel 2013 si aggiungono nuovi workshop, format e progetti dove le forme tradizionali legate alla scuola (insegnamento in aula, workshop, lezioni e seminari) si incrociano ai format e alle dinamiche tipiche del web e dei social (gruppi su FB, Google Hangout, meccanismi di cosiddetta “gamification”, utilizzo diffuso di strumenti quali Instagram e Twitter). La galassia si allarga e si espande, i sistemi migliorano e si affinano. Poco per volta diventiamo più bravi e il raggio delle nostre attività si estende.

Senza contare che il 2013 è l’anno in cui inizia “Design 1o1”, il nostro primo MOOC per Iversity. Anche di questo si potrebbe scrivere molto, ma poiché’ questo testo introduce la terza edizione del Master “Relational Design”, concentriamoci su questo filone (dei MOOC parleremo una prossima volta).

Lucia:
Il 2013 è stato super denso. Mentre la scuola fisica lentamente prendeva forma, ad un’altra velocità vedevamo crescere la community virtuale che si aggregava intorno ai vari gruppi social e le varie attività di whoami. I workshop fisici tenuti nella sede di Abadir erano dei momenti magici in cui chi poteva viaggiare fino alla Sicilia si univa a noi per lavorare senza sosta durante il fine settimana. Dal typeface design, al diary per continuare con i giochi fatti con arduino e finire con una bella mostra/worskhop in Triennale a Milano.
Osservavamo, mese dopo mese, che i social media sono un mezzo fantastico per condividere conoscenza, idee, pensieri e per imparare nuove cose da insegnanti travestiti da game master.
Era un gioco serio. Era un modo diverso di fare scuola.

Stefano:
Nel 2014 lanciamo la prima edizione di “Relational Design”. Era solo due anni fa, ma sembra passato tantissimo tempo. Tutte le sperimentazioni ed energie precedenti confluiscono in questo master che oggi rappresenta la sintesi migliore di tutta l’energia messa in moto in questi anni. Arrivati qui, ci sembra di essere a un punto importante del nostro percorso. Un punto importante che però non è un punto di partenza (come scritto sopra si è partiti molti anni addietro) e neppure un punto di arrivo (di natura siamo ambiziosi e abbiamo diverse idee da implementare nei prossimi mesi e anni).

Se leggete queste brevi note, vuole dire che siete parte di questo viaggio (non importa se siete insegnanti, studenti, supporter e/o fan). E’ bello e speciale fare questo percorso assieme, senza l’energia e la passione di tutti non saremmo qui.

Lucia:
Niente da aggiungere, questo è decisamente un momento importante.

Vi aspettiamo dunque ad Abadir a Catania o presso IdLab a Milano in una delle prossime occasioni di incontro.

Grazie mille per la fiducia accordataci: si tratta indubitabilmente di un grande onere e di un grande onore.

Lucia Giuliano, Stefano Mirti
direttori scientifici di “Relational Design”

Categorie
News

Valentina Novembre – Un nuovo approccio con al centro uno sguardo ampio sulle cose

Nuova intervista agli studenti di Relational Design. Chiude il ciclo della seconda edizione Valentina Novembre.

Ci racconti chi sei, di che cosa ti occupi? Qual è il tuo background?
Sono una timida che ha deciso di fare della comunicazione e delle relazioni con gli altri il proprio lavoro.
Laureata in Scienze della Comunicazione, dal 2005 mi occupo di comunicazione d’impresa. Mi muovo tra parole, persone e progetti. Amo raccontare storie, giocare con le parole, fare rete in Rete, costruire ponti e migliorare i flussi.
Preferisco scrivere e non parlare, viaggiare e non stare ferma, sperimentare e non accettare le cose così come sono.
“Perché?” e “Perché no?” sono le domande che mi guidano.
Attualmente lavoro da Spinn – Social People Innovation, agenzia che si occupa di comunicazione digitale, che ho fondato a giugno insieme a due colleghi.

Dopo i 10 moduli/esperienze progettuali del master, qual è la tua definizione di design delle relazioni?
Per me il Relational Design è un nuovo approccio al progetto che mette al centro uno sguardo ampio sulle cose, le relazioni e le interazioni tra persone, metodi e strumenti.

Perché iscriversi al master Relational Design?
Per continuare a porsi domande e a cercare risposte sempre nuove.
Questo Master è la scelta ideale per chi vuole migliorare le proprie capacità relazionali, per chi vuole mettersi alla prova su progetti diversi e per chi non si accontenta di quello che vede ma vuole andare sempre in profondità.

Per me il Master Relational Design è….
Il master è una domanda, continua e incessante.
Un viaggio bellissimo in giro per l’Italia e in se stessi che ti mette alla prova, ti fa guardare le cose con un occhio diverso e ti offre la possibilità di concentrarsi sul senso e sulla visione.

Categorie
News

Alessandro Carlaccini – Tanti stimoli da molte fonti diverse

Quinta intervista agli studenti della seconda edizione di Relational Design. Oggi scopriamo di più su Alessandro Carlaccini.

Ci racconti chi sei, di che cosa ti occupi? Qual è il tuo background?
Abito a Narni, in Umbria, e mi occupo di comunicazione e partecipazione in progetti legati alla cultura, al sociale e al commercio equo solidale. Ho attraversato diversi ambiti: progettazione culturale, produzione artistica, grafica, attività educative, performing art. Ho studiato Comunicazione a Roma e Perugia, Rappresentazione Audiovisiva Multimediale e Progettazione Culturale a Torino. Lavoro con associazioni e piccole realtà indipendenti.
Il progetto che mi appassiona di più tra quelli che seguo è www.iappa.it, una piattaforma di crowdlearning attraverso la quale chiunque può insegnare ed apprendere.
Sono un ottimista cronico, mi piace pensare che il cambiamento reale sia possibile. Cerco di progettare un mondo migliore giorno dopo giorno. 
Può sembrare idealistico, ma sono Capricorno: una persona concreta.

Cosa ti è piaciuto di più del Master?
Il movimento, gli stimoli multiformi, le persone. Per movimento intendo la dinamicità sia fisica che intellettuale: ci si sposta ogni mese, si conoscono realtà diverse, si affrontano materie “mobili” in continuo mutamento.
Gli stimoli  sono tanti e arrivano da molte fonti diverse: dai docenti, dagli incontri, dalla piattaforma online.
Le persone: gli insegnanti, l’organizzazione, i colleghi: universi bellissimi, aperti, pieni di colori e forme strane.

Perché iscriversi al master Relational Design?
Per avere la possibilità di confrontarsi con docenti e professionisti di alto livello.
Per ampliare lo sguardo.
Per mettersi in discussione.
Per sperimentare la collaborazione e raccogliere strumenti di progettazione innovativi.

Per me il Master Relational Design è….
E’ circa un anno che voglio rispondere a questa domanda, mi preparo, ma non sono mai pronto.
Forse Relational Design è proprio questo: prepararsi, cercare una definizione, aggiustare il tiro, reagire agli stimoli, ricercare in profondità, provare diversi punti di vista, essere pronti alla ridefinizione, al cambiamento.

Categorie
News

Candice Barrett – This program pushes you beyond your boundaries

Quarta intervista agli studenti della seconda edizione di Relational Design. Oggi è la volta della nostra studentessa di Chicago, Candice Barrett.

Who are you, what is your background?
My academic background is in Political and International Sciences, however I have always had a keen passion for communication and new media. Born and raised in Chicago, I moved to Italy a few years ago in order to further pursue my studies. Born into a multicultural family, I have always had a particular interest in culture, travel and cuisine. I am also an avid cyclist, trekker and skier.

What course did you like the most?
It is difficult to choose a favorite course as all of the courses for Relational Design are different and thought-provoking in their own way. However, if I had to choose one course that I liked the most, it would have to be the week long summer camp we had in August. The theme was storytelling and we were introduced to the many forms of storytelling and how they have evolved over time. We were fortunate enough to team up with Alce Nero, an organic food company, with the task of projecting a Social Media strategy that aligned with their goals and that also incorporated modern storytelling methods.

Why enroll  the Master Relational Design?
The reasons to study a master in Relational Design are many. The world indeed is constantly mutating, this does not exclude the educational sector. This master is an innovative, practical and dynamic approach to learning about digital media and communications. Communication and digital media has become an ever more important aspect to any business and the skills you learn over a one-year period can prepare you for work in almost any sector. Not only are you introduced to relevant topics within design and new media, but you are taught teamwork and leadership skills, independent and critical thinking and most importantly how to project and communicate ideas.

Relational Design for me is…
For me, Relational Design is growth. This program pushes you beyond your boundaries where you are able to experience new places through travel, new people from all over Italy, new concepts and most of all you grow to become more relational in every aspect.

Categorie
News

Matera Wonder Light – Quello che resta di un gioco: i nodi, le reti, i legami

Il Matera Design Weekend che si è appena concluso è stato una festa bellissima a cui abbiamo preso parte anche giocando.

Ecco il racconto di questa esperienza nelle parole di Valentina Novembre:

Un sabato di Dicembre, una serata fredda, Matera e il design weekend. Un’idea, un esperimento, 100 maschere e un gioco. 
Entriamo in un locale super affollato da umanità varia: giovanissimi, giovani e diversamente giovani che bevono, ballano, sudano.
 Al centro della sala un tavolo tutto per noi, Ale tira fuori dalla sua valigetta da medico della mutua maschere e colori, io dalla mia shopper di tela una locandina e delle forbici.

Mettiamo al centro di quel contesto degli elementi di rottura.
 Che ci fanno carta, colori e forbici tra Moscow Mule, tacchi e brillantina (scusate il tocco vintage)?

Noi siamo lì per Matera Wonder Light, il party del Matera Design Weekend.
Un gioco che prevede dei passaggi ben definiti:

– prendi una maschera
 – fatti un selfie e ricorda il nome della tua maschera (#lunanera1) e #wonderlightmatera 
- vuoi trovare amici luminosi? fatti un giro su Instagram e cerca #wonderlightmatera 
- c’è qualcuno che ti interessa? qualcuno con cui vuoi giocare? commenta il suo selfie con l’hashtag della tua maschera e se lui risponde “Wonder” è fatta, potete incontrarvi.

La gente incuriosita inizia ad avvicinarsi, il primo ragazzo timidamente inizia a colorare una maschera.
 La gente va e viene, prende una maschera e la posa, si scatta una foto, chiama gli amici. 
Quel tavolo al centro del locale inizia a essere centro di relazioni, incontri, scambi di battute tra gente sconosciuta e iniziano i selfie di gruppo con gente che non si è mai vista prima. 
Al tavolo si siede un bambino e Stefano Mirti, uno colora una maschera, l’altro inizia a disegnare.
 Intorno l’umanità varia continua a muoversi.
 Mi estraneo un attimo e guardo dall’alto quello che sta avvenendo intorno a quel tavolo. Intorno a quel tavolo si parla, si ride, ci si guarda, ci si incontra. Intorno a quel tavolo si colora, si disegna. Intorno a quel tavolo si creano delle relazioni. 
Le maschere diventano fili sottili che connettono, che avvicinano, che annullano distanze.
 Instagram piano piano inizia a riempirsi di maschere, timidamente.
 Non si innesca il gioco “dating online” ma poco importa perché la maschera diventa elemento fisico per conoscersi, non serve mediazione del mezzo in questo caso. 
Instagram, invece, diventa spazio accogliente per testimoniare il momento e per affermare la presenza: “ci sono anche io, sto giocando con voi, mi sto divertendo, voglio dirlo a tutti”.
 Anche chi non è a Matera è intorno a quel tavolo perché la maschera è filo sottile ma lunghissimo, la rete è fatta di connessioni che magicamente si compongono.

Io e Alessandro siamo stati chiamati a mettere su un gioco carino per un party, partendo da un’intuizione avuta da Ale. 
Per noi questo gioco è stata l’occasione per osservare le dinamiche che possono svilupparsi in un contesto relazionale ampio e variegato e capire in che modo le interazioni tra le persone si sviluppano.
 Ci siamo posizionati in uno spazio fisico per spostarci in uno spazio online, abbiamo utilizzato degli espedienti per agganciare chi ci girava intorno, abbiamo dato delle regole per capire quanto abbiamo voglia di seguirle e quanto invece è meglio affidarsi alla spontaneità, abbiamo dato uno scopo al gioco (incontrare altre persone) per osservare che molto spesso anche non avere uno scopo può essere interessante.

Un giochino carino in un locale a Matera ci ha portato a farci tante domande e a darci qualche prima risposta.