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Rossana Ciocca – L’arte contemporanea e le sue forme di sperimentazione in rapporto alla città

Intervista alla gallerista Rossana Ciocca. A cura di Laura Corradi.

di Laura Corradi

Cammino per le vie adiacenti a Porta Venezia in direzione di via Lecco 15, dove ha sede la Galleria Ciocca e dove inoltre abita Rossana. Lungo la strada mi ripeto in testa le domande che vorrei farle, le curiosità che mi ha suscitato quando ero andata a visitare la sua galleria. Mi tornano in mente alcune parole che si ripetono. Non vorrei essere monotona. Ma forse è proprio tra quelle parole che si concentra il mio interesse. Parole che hanno a che fare con lo spazio urbano, l’arte che dalla galleria esce in strada e dallo spazio pubblico entra in uno spazio privato. Ecco. Sono arrivata. Sono in anticipo di cinque minuti. Resto qui un po’ tribolante per alcuni secondi, sulla soglia. Ecco una di quelle parole che si ripetevano. Soglia. Poi entro.

L: Rossana, mi racconti qual è la tua visione di galleria d’arte contemporanea oggi?
R: Credo che a differenza degli anni in cui ho cominciato a lavorare, oggi una galleria si debba occupare più di prodotto culturale che di mercato dell’arte. Se vuoi lo specifico meglio: il mercato dell’arte è quello che si occupa della transizione del singolo pezzo, il prodotto culturale include più aspetti che sono legati proprio alla diffusione di quella che è l’immagine della cultura in generale. Il mercato è una parte importante del sistema dell’arte perché permette a tutti quanti di mantenersi ma in questo momento non si deve solo vendere il prodotto perché esso il più delle volte è elitario, quindi dall’altra parte è necessario cercare in qualche modo di diffondere e vendere quello che è il concetto dell’artista.

Rossana Ciocca nell'opera di Kensuke Koike
Rossana Ciocca nell’opera di Kensuke Koike

L: Mi puoi parlare più nello specifico della tua ricerca culturale come gallerista?
R: Nel 2008 collaborai con un artista tedesco, Wolfgang Wilder, nel progetto Le Terme, che abbiamo realizzato in piazza Oberdan. Credo che quell’esperienza sia stata fondamentale per me e per la mia ricerca: in quel momento ho percepito e compreso le vere potenzialità di impatto sociale che un’opera d’arte può avere relazionandosi con lo spazio pubblico. Da qui nasce questa mia dualità di ricerca: da una parte il lavoro più legato tipicamente allo spazio galleria, quindi diciamo quello più classico; dall’altra lo sviluppo di pratiche performative che si relazionino con lo spazio pubblico, con la città, con il territorio che ci circonda. Centrale per me è quella che possiamo chiamare la politica della soglia. Quella attitudine che ha a che fare con la natura territoriale. L: Ecco, possiamo parlare un’attimo di quello che intendi per “politica della soglia”? R: La soglia è un luogo tra il dentro e il fuori, quindi non è fuori ma non è neanche dentro. È un pezzo in transizione.

L: Questa sensazione di transizione è molto presente già all’interno della tua galleria: uno spazio abitativo ed espositivo, un spazio privato e pubblico allo stesso tempo. Lo trovo molto interessante. Ma parliamo di qualche tuo progetto che ha invaso lo spazio urbano. Raccontami di Cenaconme!.
R: Cenaconme! è un progetto no-profit che nasce da una mia idea e dalla collaborazione con Alessandra Cortellazzi. Il progetto vuole sovvertire il modo tradizionale che abbiamo di vivere lo spazio pubblico, reinventandolo in maniera collettiva. Diciamo che attraverso una cena si va a modificare un luogo della città che non viene vissuto, uno di quei tanti spazi che si attraversano di fretta durante le nostre giornate. Attraverso una cena collettiva si restituisce senso a questo spazio, sia perché momentaneamente viene vissuto realmente, ma anche perché ogni cena affronta e sviluppa un tema specifico. Importante all’interno di Cenaconme! è il valore della scelta di condivisione che chi partecipa fa. Nel senso che questa scelta richiede un’impegno personale, individuale, poiché tutto deve essere portato da casa (sedie, tavoli, cibo), ma il tutto viene facilitato dal gruppo. La condivisione è uno dei punti di forza di Cenaconme!

Cena in bianco, Milano
Cena in bianco, Milano

L: Non può che venirmi in mente il lavoro di Ugo La Pietra sentendo le tue parole riguardo Cenaconme!
R: Beh, senza dubbio. Non ha caso il primo degli appuntamenti di Cenaconme! era proprio dedicato a Ugo La Pietra. La sua affermazione “Abitare è sentirsi ovunque a casa propria” è il filo conduttore di molti di quesi progetti. Per esempio anche ArtCityLab che si occuperà solo di pratiche performative relazionali all’interno dello spazio pubblico. L’obiettivo è quello di far interagire all’interno del progetto diverse soggettività: il cittadino, l’istituzione e le associazioni, per esempio. Insieme dovrebbero far emergere un confronto, un dibattito sul territorio. Vengono attivate pratiche performative e relazionali che potranno essere ripetute in altri luoghi e città. L’idea è quella di produrre dei formati estetici che coinvolgano un pubblico vero. Al mondo dell’arte non piace tanto “format” ma non è grave. Includere e far partecipare il cittadino al processo creativo è alla base di questo progetto.

Ugo La Pietra
Ugo La Pietra

L: Questi di cui abbiamo parlato sono progetti che vivono al di fuori della soglia della tua galleria. Volevo che mi dicessi qualcosa invece su una mostra che mi ha incuriosito molto. Raccontami di Senza Titolo di Fabrizio Bellomo.
R: Il progetto espositivo comprende due lavori temporalmente e geograficamente distanti, ma uniti dalla costante ricerca e ossessione dell’artista nell’osservare il rapporto tra l’individuo e i propri strumenti. Voglio però parlarti di come era stata concepita questa mostra, cioè di come la volevamo realizzare. Ecco, l’idea era quella di creare una doppia mostra. Una parte dentro, in galleria, e una parte fuori, all’interno del contesto urbano. Purtroppo abbiamo dovuto rinunciare alla parte esterna per complicazioni di natura tecnica. Ti spiego. Volevamo occupare uno spazio architettonico della città con dei grandi manifesti dell’opera Pregiudicato rumeno/tunisino di Bellomo. Avevamo individuato un posto, un cavalcavia. La location era perfetta poiché portava con sé questa dinamica in cui c’era comunque un ponte che univa due zone, rimandando così anche alla migrazione in maniera molto forte. Peccato che il cavalcavia in questione fosse sottoposto a sequestro giudiziario e avremmo dovuto quindi farlo illegalmente. Quell’azione nello spazio pubblico sarebbe stata una soluzione ideale, poiché avrebbe dato una continuità molto forte al lavoro.

Fabrizio Bellomo, Pregiudicato rumeno tunisino (2012)
Fabrizio Bellomo, Pregiudicato rumeno tunisino (2012)

Esco dalla galleria. Riavviandomi verso la stazione della metropolitana la mia mente non riesce a non immaginare in maniera molto diversa gli angoli delle stesse strade che avevo percorso poco prima. Vedo azioni artistiche che invadono lo spazio intorno a me, evidenziando nuovi modi di abitare la città. Vedo persone che mangiano collettivamente all’interno dello spazio urbano. La mia mente va ai tremila. Scendo in metropolitana con la convinzione di “voler vivere in una città fantasma e ritrasformarla. Con vista mare però eh”. Come nelle visioni di Rossana.

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