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Raccontare con le immagini: il workshop di Visual Storytelling ad Amsterdam

Questa volta il viaggio è cominciato in 3. Siamo io e due compagne di corso. Per l’ultima tappa insieme ci siamo ritrovate e concesse più tempo arrivando a destinazione il giorno prima. La meta: Amsterdam, Paesi Bassi.

Visito Amsterdam per la terza volta e non mi dispiace. La sua architettura e i canali mi impongono tranquillità, il freddo mi tiene sveglia, ho segnato i musei che non ho ancora visto e sul divertimento, anche per i meno impavidi come me, si trova sempre qualcosa.

È domenica, per la prima volta trovo un espresso decente fuori dallo stivale e questo influisce positivamente sul mio umore per cui comincio a fare conoscenza con i nuovi arrivati del gruppo. Siamo già a nostro agio tra le pareti di Wecanbeheroes, ci sediamo su un grande divano e si attacca con le domande di rito “Da dove vieni?”, “Cosa fai?” etc.

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Veniamo interrotti solo dall’arrivo di Pierluigi e Mariek, rispettivamente il nostro docente del modulo di Visual Storytelling e la Managing Director di Wecanbeheroes.

Una breve introduzione comune fa da apripista per l’inizio del workshop, poi Mariek ci racconta chi è lei, cosa fa Wecanbeheroes, con chi lavora e cosa vorrebbe da noi. Tante informazioni per cui il primo pomeriggio lo passiamo a rielaborare dati tra brief e schemi e parole.

Il giorno successivo ci dividiamo in tre macro-gruppi per affrontare il lavoro da prospettive diverse da connettere nella fase finale in un unico grande progetto: l’obiettivo è riassumere e spiegare “Cos’è Wecanbeheroes” attraverso l’utilizzo di immagini in movimento.

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È stato complicato, è stato impegnativo, ci abbiamo messo quattro giorni, abbiamo consumato un numero variabile tra i 100 e 900 post-it ma non ci sono stati feriti e il risultato ha egregiamente soddisfatto le nostre aspettative e quelle di chi ci ha accolto.

Ripartiamo, prima però un’ultima serata tutti insieme con i saluti e gli arrivederci; poi via a prendere voli che atterreranno sparsi qua e là.

Bruna Crapanzano

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Workshop Future Domesticity: progettando il futuro a Casa Jasmina

A Torino ci sono state diverse volte. Mi piace tornare.
Il mio treno è in ritardo, mi lascio guidare da Google Maps, Via Egeo 16. Arrivo.

Alessandro Squatrito è intento a introdurre il corso di Future Domesticity e tutto il mondo che ruota intorno a Casa Jasmina. 
Mi siedo intorno al nostro tavolo incrocio sguardi nuovi: al modulo parteciperanno anche persone esterne al master. Sono in tre, due ragazze e un ragazzo.

Essere introdotti all’IoT è come mettere un piede, una gamba e perfino un braccio nel futuro. Ho scoperto che esistono oggetti utili che ci permettono di fare cose che non pensavamo possibili, che ci fanno abitare in modo nuovo le nostre case e che stanno cambiando la nostra società; esistono poi oggetti più inutili ma comunque divertenti, sperimentazioni, giochi e voli pindarici che non muteranno intrinsecamente il mondo ma lo rendono un posto migliore.

Si parte con il brief, che potremmo riassumere in una domanda:
cosa succederebbe se gli oggetti utilizzassero i social network?

Si discute, si riempiono pareti di post-it per brainstorming colorati, si provano nuovi metodi di prototipazione tramite giochi di carte (grazie Alessandro per la felice scoperta!) ci si sfida, ci si fida e si costruiscono storie pezzo dopo pezzo.

Quello dell’IoT è un mondo immateriale, che si muove nel campo delle infinite possibilità di rappresentazione appunto perché non ne ha.
Insomma come si rappresenta qualcosa che non è?

Le soluzioni sono arrivate da qualche luogo recondito delle nostre teste, da pensieri strani e contorti che sono diventati linee ed immagini e parole messe insieme.
Sono venuti fuori questi due progetti un po’ strambi, case che come l’acqua prendono la forma che gli viene data, con tanto di personalità multipla e oggetti/soggetti che si perdono, si cercano e rinascono.

Abbiamo parlato di cose, di case, di funzioni e pensieri ma soprattutto abbiamo parlato di metafore che poi sono le nostre storie camuffate.

casa-jasmina-bruna-crapanzanoBruna Crapanzano

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Future Is Design: menzione speciale per The New Publishing al Premio Nazionale delle Arti 2017

Future Is Design è il titolo della XII edizione del Premio Nazionale delle Arti, organizzato dall’Istituto Superiore per la Industrie Artistiche di Faenza e promosso dal MIUR.

Suddiviso in due categorie, Design del Prodotto e Design della Comunicazione, il concorso ha visto oltre un centinaio di progetti, presentati dalle tante facoltà di design italiane ed europee, contendersi il titolo di vincitori. Ma sono stati solo 54 quelli selezionati dalla giuria – composta da Anty Pansera, Beppe Finessi, Giulio Iacchetti, Luisa Maria Collina e Massimiliano Tonelli – e giunti in finale.

Tra i partecipanti c’erano anche Rosaria di Rocco, Silvia Lanfranchi e Nuphap Aunynuphap, studenti del Master Relational Design. E proprio Silvia e Nuphap hanno conquistato una menzione speciale nella sezione comunicazione con The New Publishing, piccola casa editrice indipendente e sperimentale fondata nel 2016. Nata inizialmente come progetto di tesi, ha proseguito le sue attività e ha oggi all’attivo due serie di pubblicazioni: Visual Poetry e The Generative Book.

«The New Publishing is a process-lead experimental publishing house that aim to explore and redefine the current world of publications, together with its possible future(s). It is a laboratory, an experiment to bring forth new and inventive methods of knowledge dissemination».

Menzione speciale anche per Francesco Aloisio, studente dell’Accademia ABADIR e autore di Sartorius – Cottura per induzione su basalto lavico (candidato nella sezione prodotto).

La cerimonia di premiazione si è tenuta ieri, 28 settembre, presso l’Aula Magna dell’ISIA di Faenza. I lavori finalisti sono stati esposti in loco e rimarranno in mostra fino al 15 ottobre.

Premio Nazionale delle Arti 2017 Faenza mostra The new publishingIl progetto in mostra all’ISIA di Faenza

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Discovering La Rambla: il workshop di Code & Creativity a Barcellona

Arrivo a Barcellona alle 18.00 insieme ad Adele, una delle mie nuove conoscenze del Master Relational Design, lasciamo le nostre cose nella casa al Raval su Airbnb e corriamo a spuntare i nomi sulla lista delle cose da vedere.

In giro sento parlare più inglese che spagnolo, la Rambla è il centro pulsante della città, venditori ambulanti, turisti, passeggiatori compulsivi, consumatori di cartoline, mezzi di trasporto, negozi, ristoranti, sembra che tutto quello che succede nella città cominci da qui.

Camminiamo fino a sera: Sagrada Familia, Barri Gòtic, Macba e  il lungomare.

La sveglia al mattino non è un problema, ci dirigiamo al Museo Maritmo di Barcellona, e lì che terremo le nostre lezioni. Lì incontriamo il resto del gruppo. Siamo solo in 5 questa volta, tutte ragazze, ci aggiorniamo sulle ultime settimane. Marcel Bilurbina, il nostro insegnante ci riconosce e ci invita ad entrare.
Così comincia la nostra iniziazione al Code and Creativity.

Sono giorni pieni di formule matematiche, algebra e funzioni. Per noi è la prima volta, ogni puntino in movimento sul nostro schermo diventa un piccolo, grande successo personale. Riuscire a creare qualcosa che si era immaginato nella propria testa per quanto semplice, da sempre dolci soddisfazioni.

Dopo aver conosciuto l’associazione Gli Amici della Rambla, il secondo giorno ci dedichiamo all’analisi di ciò che la caratterizza.

Il terzo e ultimo giorno Marcel paziente si occupa di noi e dei nostri progetti, spiega alcuni ultimi concetti basilari e si complimenta per la nostra tenacia.

Noi proviamo a ricreare flussi e figure geometriche cercando il modo di raccontare l’energia di Barcellona.

Breve, impegnativo, intenso ma la cosa che ho pensato mentre prendevo un autobus alle sei del mattino che mi portava in aeroporto è stata: mai pensare che non si sappia fare qualcosa prima di essersi messi alla prova!

Il risultato? Aspettiamo ancora il responso di Marcel!

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Relational Design: a new way for designers to do design things

Lucia Giuliano, Program Director of Relational Design, interviews John Thackara, our teacher for the City-Rural Connections’ workshop held in Catania in March 2017.

 

The master is called “Relational Design”: why is it useful, nowadays, to think in terms of relationships between things, people, places?

I think Relational Design is a fantastic innovation in the way we think about design: during the workshop we have discussed the difference between transactional design processes – which basically lead people to pay or exchange value for one off-experiences or things – and relational design processes: I think relationships are where we make the transitions to a much more healthy economy. We don’t necessarily have to have transactions to represent valuable relationships through time.
Relational Design it’s fantastic because it actually frames a new way for designers to do design things but with a kind of clear picture on what we are trying to achieve.

 

You came to Catania to explore with our students possible connections between the countryside and the city: can you explain how city people can reconnect with rural areas, food, landscapes, and why is this supposed to be good?

The workshop and the explorations we have done in the last three days in Catania have been looking for different ways in which city people can connect with country-rural situations, not just on a one-off basis but with a relational purpose. How can we be connected to the land or to farmers or to food on an ongoing basis? We can order food directly from farmers or visit an “agriturismo”, but they are all a kind of one-off, never-come-back type of situation and I think that’s ok, but only as step towards something longer-term, towards something where your visit leaves something of value behind, rather than taking something for yourself. We’re looking for something that’s fundamentally different from a transaction where you pay money, come for a couple of days, have an experience and then go home feeling better without necessarily leaving the place or the farmer in a better situation. That’s what we’re exploring: how we can make that shift and move forward.

 

What did you observe in those Sicilian farms you visited? Are they on the right path to pursue a sustainable system?

The farms we visited have the elements of what the future can be but they have many kinds of challenges obviously, like any farmer throughout history. It’s never easy.

We have tried to be cautious about projecting onto them what we would like to see and as we sat talking to the farmer some issues emerged that are not so easy to fix, but that’s when you get a more exciting opportunity to do this over a longer period of time.
There’s a lot of little things that can step by step make the situation of one farm better, or connect one farm to another farm, it’s all about relationships that designers can help make to happen.

 

So you really think relational designers can help them?

The course is partly about solving problems but it’s also about exploring priorities, because there will never be a perfect farm with no difficulties – never in history has there been such a thing. It’s about having designers as part of the eco-system around the farm, and the designers can be the people who connect the farm with resources, or people, or places that might be helpful. So we’re not designing solution that will last forever, we’re just being part of that kind of team.

 

Although you’ve only been here in Sicily for a couple of days, what are your first impressions, compared to the places that you’ve visited before?

It would be crazy to make a judgement after just two or three days but I completely feel a different atmosphere from the north of Europe, obviously. It is closer to India than I expected – I came here directly from Mumbai more or less.

In a very positive way, I feel there is a sense of people living day by day; relationships with the place, with family, with networks and with each other are clearly very important. Of course, as somebody coming from outside I need intermediaries to tell me what I am looking at, but I think it’s one of those situations where I see a lot of amazingly good-quality activities whereas people who live here probably don’t think they are good-quality, because they’ve been told for so long that they are poor Southern people. And I think that the only real value that visitors like me have is to say: you have a fantastic land, food, culture, history… all this stuff is amazing, do not accept to be regarded as a problem. You have assets that can be refreshed and connected and used in new ways.

Sicily, for me, is not a problem area, it’s full of wonderful opportunities and as an outsider it is my job to tell you that. Then it’s for you to decide how to deal with it.

John-Thackara
John Thackara

 

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Punkt. goes to ABADIR! Il workshop di Social Branding

Ancora a Catania, questa volta si sente forte l’estate siciliana.

Il nuovo workshop con cui ci prestiamo a fare i conti è Social Branding insieme a Punkt.un brand svizzero di elettronica con alla base un forte messaggio aziendale “rivoluzionare il mercato dell’elettronica di consumo grazie a prodotti unici, intramontabili, concepiti per fare il loro dovere senza sottrarre tempo e concentrazione a chi li sta utilizzando”  

Il nostro lavoro inizia tuttavia qualche settimana prima del nostro incontro, con la Detox Challenge. Siamo infatti invitati a spegnere i nostri smartphone e rimanere offline per 7 giorni, avendo come unico compagno un MP01.

MP01 non è un codice segreto, e neanche la password del wifi.

MP01 è un oggetto o per meglio dire un telefono cellulare.

I risultati appuntanti con cura attraverso un diario giornaliero vengono analizzati il primo giorno di incontro con Marcia Caines e Tiziana Annone, Head of Brand Communication e Social Media Manager di Punkt., le nostre docenti per questo modulo.

I nostri diversi approcci, le parole e i pensieri danno vita ad un lungo discorso che si concretizza nella creazione di 4 differenti tematiche di riflessione: #time, #voice, #senses and #maps.

Il secondo giorno invece ci concentriamo più sulle tematiche legate al progetto del Blog per Punkt, in questo caso divisi per gruppi o singoli ci concentriamo nella ricerca di materiale e nella stesura di un articolo che riguardi argomenti che possano in qualche modo inglobare la sfera tecnologica e umana del Brand. I temi selezionati saranno Tech and Sex, Travel and Mobility, Privacy and Productivity e Tech and Design.

Terzo e ultimo giorno, è arrivato il momento dei saluti.

Durante la mattina ci si concede qualche secondo sulla terrazza e si terminano le presentazioni con tutto il materiale che verrà presentato ad un evento con gli studenti di Abadir nel pomeriggio.

C’è chi scrive le ultime parole, chi prova parlando e gesticolando ad alta voce e chi invece si concentra all’aria aperta.

Arriva il momento, siamo tutti pronti per scendere in campo, soltanto un secondo Tiziana ci invita a prendere il nostro MP01 e senza aspettare la giusta posa ci scatta una foto.

Eccoci qui distrattamente immortalati.

Bruna Crapanzano

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ph. Tiziana Annone
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Claudia Busetto e Vincenzo Di Maria: dai prodotti alle esperienze, service design e relazionalità

Claudia Busetto e Vincenzo Di Maria sono i fondatori di commonground, un’organizzazione che porta il design e la progettazione incentrata sull’utente in ambiti di innovazione sociale; saranno nostri docenti per il Summer Camp – Relational Service Design, negli spazi di Impact Hub Siracusa, dal 17 al 24 giugno.

 

Service design: quando e perchè l’interesse si è spostato dai prodotti alle esperienze?

In sintesi, compriamo meno prodotti da possedere e consumare e accediamo a più servizi o paghiamo più volentieri per esperienze da vivere.

È un percorso strettamente legato ai cambiamenti socio-economici dell’età contemporanea, come il boom economico degli anni 60 ha promosso il design industriale così la crescente importanza del settore terziario ha aperto la strada al design dei servizi. I prodotti non sono scomparsi, ma è aumentato il contorno, la cura del dettaglio e dell’esperienza dell’utente, e i consumatori stessi sono diventati più esigenti.

In Italia oggi i servizi rappresentano il settore più importante dell’economia, sia per numero di occupati che per valore aggiunto, e la tecnologia e internet hanno amplificato questo processo in atto, permettendo la nascita di servizi sempre più smaterializzati: l’home banking, i negozi di e-commerce, fino ad arrivare a piattaforme come netflix in cui non c’è nessuna componente che si possa toccare, ma allo stesso tempo è altissima la richiesta di customizzazione e cura dei dettagli.

 

Quali sono, a vostro avviso, i settori che oggi, più di altri, avrebbero bisogno di questo cambio di prospettiva?

Vivendo in Sicilia viene facile pensare ai servizi infrastrutturali: i trasporti, la ricettività, ma anche tutti i servizi che ruotano intorno all’esperienza turistica, dalle proposte enogastronomiche ai percorsi esperienziali. Ma sono anche i settori in cui più facilmente si sperimenta, perché ci sono clienti pronti a pagare per esperienze sempre più personalizzate e servizi più funzionali. La vera sfida è nella progettazione dei servizi pubblici, dove non abbiamo utenti-clienti, ma cittadini: eppure sono i contesti in cui la progettazione ha un impatto enorme, perché riguarda milioni di persone, con effetti che si riverberano su intere famiglie. Pensiamo per esempio ad azioni comuni e diffuse come fare le analisi del sangue, iscrivere il figlio a scuola, pagare le imposte, quante volte è facile trovarsi intrappolati o bloccati nei meandri della burocrazia o in situazioni intricate? La progettazione non può risolvere tutti i problemi, ma può sicuramente aiutare a migliorare le cose.

E poi ci sono i settori in cui tutto è davvero da costruire, come le esperienze di emergenza sociale e culturale: pensiamo per esempio a tutto ciò che ruota intorno ai fenomeni di migrazione e ai salvataggi in mare, fino ai servizi carenti nelle strutture di prima assistenza. In questi contesti si parla di service design in ottica meno commerciale e si entra nell’ambito dell’innovazione sociale, un mondo in cui il buon design (quello per cui si pagano i professionisti) può portare tanto valore e avere un impatto enorme.

 

Un’anticipazione di quello che approfondiremo durante il vostro Summer Camp: se doveste scegliere un progetto di servizio collaborativo e partecipato dell’ultimo anno come il più interessante e innovativo, quale sarebbe?

Come vedremo durante il summer camp esistono diversi gradi di “relazionalità” all’interno di un servizio: i servizi relazionali al 100%, quelli in cui fornitore e fruitore del servizio e il fuitore coincidono, sono in realtà una minoranza, ma sono sicuramente i più complessi e allo stesso tempo i più delicati, perché si fondano sull’idea che tutti rispettino certe regole, ma allo stesso tempo permettono una libertà di interpretazione e comportamento estreme. Se nei servizi tradizionali il cliente ha sempre ragione è anche perché il fornitore si attiene a regole ferree, ma cosa succede quando dall’altra parte c’è una persona come noi? Progettualmente si possono controllare e prevenire le agenzie immobiliari mascherate su airbnb, ma non per esempio la scortesia di un autista di Uber, o le recensioni bugiarde su tripadvisor. Per un progettista è molto stimolante osservare i risvolti inaspettati, analizzare i mille modi in cui le persone possono usare o abusare di un servizio.

Un servizio relazionale al cubo è https://gnammo.com/, o in generale le piattaforme di social eating, perché il valore dell’offerta non è legato solo al cibo, ma a qualcosa di profondamente immateriale come il piacere di mangiare insieme: paghiamo per una cena, ma anche per un potenziale nuovo legame con una persona, per un’esperienza speciale che magari si ripeterà. E se pensiamo al social eating è interessante notare che non si tratta di idee “nuove”, perché per esempio i Paladar (ristoranti casalinghi) sono diffusi a Cuba da almeno 30 anni, permettendo a molte famiglie di sostentarsi aggirando la crisi economica, e ai turisti di avere un assaggio di vera atmosfera locale. Insomma il bisogno di socialità o di sharing economy c’è forse sempre stato, quello che cambia oggi è il ruolo della tecnologia, che amplifica e avvicina, rendendo sempre più facili e accessibili le interazioni.
Claudia Busetto & Vincenzo Di Maria, commonground

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Basic Design: nuovo workshop, nuovo scenario. Milano.

Nuovo workshop, nuovo scenario. Milano.

C’è chi giura di odiarla senza ritegno, ma di amore ne riceve anche incondizionatamente dai suoi ammiratori. Mi piace pensare che tra chi si lascia incantare e chi si convince di detestarla non c’è nulla in comune, se non il far parte di due facce della stessa medaglia. Per nulla arrendevole, Milano deve essere decodificata, bisogna capirne la cromia, il flusso, intuirne la “primadonna”, analizzare la storia che può esserci dietro una singola immagine nel momento in cui la scomponi. Insomma Milano è la sintesi di questo nostro nuovo percorso nel mondo del Basic Design.

Conosciamo il nostro nuovo docente appena arrivati. Un attivissimo Giovanni Anceschi ci attende a Base Milano, dove lavoreremo per due giorni prima di spostarci nello studio di IdLab passando per una breve sosta al Museo del 900.

Un caffè per tutti e poi cominciamo con la lezione… anzi no.  Non cominciamo con nessuna lezione, cominciamo con la pratica, con il primo dei 5 esercizi legati a grandi maestri del design.

La Scioltezza gestuale è il primo.

Ideato da Johannes Itten al Bauhaus, prevede che l’allievo si confronti con un grande foglio di carta e da li si faccia guidare da movimenti eleganti del suo braccio per creare immagini sinfoniche, utilizzando pastelli bianchi e pastelli neri.

Tomàs Maldonado è l’inventore della nostra seconda prova, Antiprimadonna.

Cartoncini colorati vengono tagliuzzati per tutta la stanza, il pavimento sembra un arlecchino in costruzione, c’è odore di colla e rumori di fogli.Non è facile autovalutarci ma alla fine siamo contenti dei nostri lavori e dalle parole che seguono, ci mettiamo in discussione e il risultato è il riconoscimento della soggettività.

Il Secondo giorno ci accoglie il Museo del 900, quarto piano, Arte cinetica. Giovanni Anceschi ci guida tra aneddoti della sua vita, personaggi che hanno segnato la storia del design e dell’arte di quegli anni con piccoli racconti.

Terzo giorno, sempre a Base diamo il via ad una nuova conversazione a proposito della nostra ultima esercitazione, Influenzamento dell’ordine di lettura, pensata dal nostro stesso docente. I risultati sono a volte furbi, a volte comici, a tratti indecifrabili, spesso strani.

Cominciamo a capire il significato di ciò che stiamo facendo, iniziamo a divertirci.

Il pomeriggio lo dedichiamo a Josef Albers, il quale ha escogitato il nostro nuovo esercizio, 4 colori con 3 colori, 3 colori con 4 colori.

Davanti ai nostri computer ci interroghiamo su cromie e tonalità, lavoriamo meticolosamente per ottenere risultati speriamo positivi, carichiamo i nostri lavori sulla community ed incrociamo le dita.

Sabato e Domenica, quarto e quinto giorno, siamo in via Cascia 6 nello studio di Idlab; ci adattiamo alla nuova location e cominciamo il nostro ultimo esercizio di cui la paternità va riconosciuta a Bruno Munari e Giovanni Anceschi, Narrazione per immagini.

Avete mai pensato, guardando una foto, quale storia stesse raccontando? Nella sua interezza o in frammenti differenti, chi erano quelle persone e cosa le aveva portate ad essere fermate in quell’esatto momento?

Ecco in parte quest’ultimo esercizio tenta di rispondere a queste domande sfruttando la nostra fantasia per creare storie diverse da una storia unica. Tagliando, riassemblando e riadattando secondo il nostro piacere, ciò che vogliamo dire, con una voce nostra, personale che è la base intrinseca di ogni progetto.

Stiamo per concludere, Giovanni inizia solo adesso quella che sarebbe dovuta essere la nostra lezione introduttiva e che invece si rivela essere la conclusione perfetta per trovare il significato che hanno avuto i nostri lavori degli ultimi giorni.

Siamo pronti a lasciare anche Milano; non io, io ci vivo. Guardo le facce dei miei compagni, abbiamo tanto discusso su ciò che è e ciò che non è in questi giorni. La base alla base del Basic Design. Senza oggettività. Appunto, due facce della stessa medaglia.

Bruna Crapanzano

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City-Rural Connections – Creare relazioni, non transazioni, tra individui

Abbiamo il piacere di introdurre una novità per il blog di Relational Design, il racconto dei workshop da chi li vive in prima persona: Bruna Crapanzano, studentessa dell’edizione 2016-17, sarà il nostro reporter ufficiale sul campo. Questo il suo racconto dell’esperienza appena conclusa con John Thackara ad Abadir.

La prima cosa che noti arrivando a Catania in una giornata di sole siciliano è il profilo dell’Etna. Impassibile osservatore della città, non puoi fare altro se non continuare a ricercarlo con lo sguardo mentre cammini per le strade.

L’imprinting è immediato, la connessione tra la città e il vulcano imprescindibile.

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Connettere, è proprio questo verbo che diventa il tema centrale che il workshop vuole affrontare.
Parliamo di rapporto tra città e campagna, parliamo di urbano e agricolo, parliamo di presente e futuro che convivono, parliamo di City-Rural Connections.

 

Partendo da questi presupposti, si entra sin da subito nel vivo del progetto con una discussione che coinvolge attivamente gli studenti e John Thackara, autore di numerosi testi sull’argomento e docente del modulo. Si analizzano esempi e si valutano punti di forza o debolezza di progetti sparsi per l’Italia e per il mondo.

Ma per ribadire il rapporto non astratto con queste tematiche è importante conoscere dal vivo chi li mette in pratica ogni giorno, per cui si parte alla volta della Piana di Catania per vedere da vicino alcune di queste realtà.

 

Casa delle acque è la nostra prima tappa, ci accolgono Nirav e le persone che con lui gestiscono la masseria. Dopo averci fatto accomodare ci raccontano la loro storia: il piacere di vivere nella Valle del Simeto, la loro filosofia di vita incentrata su accoglienza e partecipazione, l’autoproduzione di frutta e verdure ma anche incontri, seminari, lavoro con scuole e condivisione.

 

Tra gli orti di Saja Project arriviamo dopo una camminata pomeridiana. Parliamo prima con Roberto e poi con Salvo. Roberto ci spiega i loro metodi di coltura e l’importanza della biodiversità. Salvo ci racconta il percorso che lo ha portato ad avviare Saja e i valori che regolano il progetto basato sul restituire all’uomo l’autonomia nel sostentamento senza per questo motivo doversi isolare dalla società.

 

Il terzo ospite che incontriamo è Turi (Salvatore), subito pronto a narrarci il progetto Sicilia Integra nato insieme a Gaia Education e all’Università di Catania, che punta a creare un connubio tra sostenibilità e integrazione. Mettendo a disposizione di volontari e rifugiati attività di formazione sull’agricoltura sostenibile da attuare in Sicilia e esportare poi nei rispettivi Paesi di provenienza.

workshop

Nei giorni successivi è tutto in evoluzione, tra dialoghi accesi e progetti da costruire in tre giorni. Il mantra di John è chiaro è necessario creare relazioni e non transazioni tra individui”.

 

A metà del quarto giorno è il momento di presentare ciò che si è prodotto.

Quattro progetti, ognuno dei quali esplora in maniera differente le problematiche affrontate e tenta di risolverle attraverso soluzioni reali e pratiche che portino ad avere un concreto sviluppo nei rapporti tra comunità locale e agricoltori.

Festival, scambi, creazione di network, consorzi, cooperative sono alcuni dei suggerimenti di cui si dovrà prendere atto dopo questa esperienza che ha trovato modo di inglobare social design e service design, arricchendosi di nuovi punti di vista.

Bruna Crapanzano

sdr

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Alessandro Mininno – Quando i social media sono diventati mass media

Alessandro Mininno è co-founder e CEO di Gummy Industries, agenzia di digital brand design, partner di Talent Garden, insegna a Digital Accademia e in diversi Master universitari (Università Cattolica di Milano, Bocconi, Università Cattolica di Brescia) ed è stato anche nostro docente, insieme a Fabrizio Betone, per i corsi Community Design e Comunicare il Territorio.

Quest’anno a Pane Web e Salame avete invitato a parlare i supercattivi di internet, tra cui i creatori di community di grande successo come Lercio, La fabbrica del degrado e Il Signor Distruggere, cosa possiamo imparare da questo tipo di approccio alla comunicazione?

Di colpo, senza che ce ne accorgessimo, i social media sono diventati mass media. Pervasivi, potenti e soggetti a distorsioneLe persone non hanno ancora capito come interpretarli e verificarne i contenuti.
Dobbiamo imparare a comunicare a un pubblico ampio, pop, trasversale – sapendo che non capirà, che crederà alle bufale e che condividerà i contenuti solo se parliamo alla pancia (e non alla testa).

Community, brand e gestione delle relazioni digitali: un top e un flop del 2016

Direi che il flop dell’anno è la campagna per il SI al referendum. Un budget di comunicazione di circa 1 milione e… hanno perso.

Top: tutta la comunicazione di Netflix, in particolare quella di Narcos https://www.facebook.com/pg/netflixitalia/videos/?ref=page_internal
ma anche antonio caprarica per the crown https://www.facebook.com/netflixitalia/videos/1295477930497509/
utilizzano i contenuti in modo nuovo e super potente.

In attesa della nuova Click this week, ci regali un paio di link dai browser del team di Gummy?

Certo, volentieri!
Ecco cos’è passato oggi dai nostri browser

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